Tiberio Murgia

Interessante, la storia di Tiberio Murgia. Espulso dal partito comunista per una relazione con una compagna di partito, minatore, lavapiatti e attore.

Mi ricorda qualcosa anche se non so bene che cosa. Chissà perché mi faccio sempre affascinare da certi personaggi, quelli che ce la fanno per caso, dove una parte in un film non vuole dire nulla, magari serve solo a mettere le mani su un’altra paga per poter pagare l’affitto.

Quello che mi ha sempre messo a disagio è la possibilità di vincere una delle varie lotterie, sia quelle tipo gratta e vinci che si giocano in tabaccheria, sia quelle più importanti che la vita a volte offre, diventare cantanti famosi, attrici, celebrità, insomma.

Da un lato queste lotterie sono lì a ricordarti che non ce l’hai ancora fatta, che non è quasi mai una questione di talento, anche se è quello che vogliono farci credere. Dall’altro a ricordarti ogni santo giorno che una via facile per togliersi da questo pantano non esiste; o nasci bene o altrimenti ti tocca sgamellare. Che gran fregatura, la vita, e alla fine si finisce sempre col conformarsi, col seguire le regole per benino, come dei bravi scolaretti.

Ecco, ti mettono in faccia, volente o nolente, i successi altrui come un modello da imitare, qualcosa cui aspirare e ti danno pure il biglietto per provare a vincere, diventare uno di loro.

A me basterebbe un mondo senza successo. Un mondo piatto, grigio, di quelli dove forse non val neanche la pena di vivere, ma dove almeno tutti fanno la propria parte, anche se piccola.

Di tirare la carretta per qualche panzone ingioiellato e crapulone non ne ho proprio voglia. Di perdere tempo a sognare men che meno. Mi guardo attorno e mi chiedo se sono forse l’unica a capire; che gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare. Ma come te lo togli di dosso il panico, quando tutti quelli intorno venerano entità invisibili o uccidono per motivi religiosi; Dove scappi quando si venerano celebrità milionarie mentre facciamo fatica a tirare a fine mese e siamo ridotti a mangiare pane e scatolette. O quando ti licenziano e ti buttano in mezzo a una strada per il dio profitto, per far intascare al prossimo shareholder qualche milionata in più. E poi c’è il nulla, la differenziazione per mezzo del superfluo e tutti gli altri cancri che ci stanno attorno ogni santo giorno? Cazzo abbiamo pure re e regine a questo mondo, come nelle favole.

Ma dove ti vai a nascondere? Non resta che l’ospedale dei matti, o mettersi a recitare. Non importa se non e’ sul grande schermo.

Trainspotting – Di Irvine Welsh

Si ciacerava del piu’ e del meno con la Katia e a un certo punto si e’ parlato di un certo Welsh. Io non lo conoscevo, per cui ho amazonato il nome per vedere di chi si trattasse. E si’, se si puo’ googolare qualcuno lo si puo’ anche amazonare, uccidendo la lingua italiana nel frattempo. Insomma due piccioni con una fava.
Poi ho capito che era l’Irvine Welsh, quello di Trainspotting. Non ho letto il libro e non ho visto il film. O meglio ho visto il trailer del film e ho capito che parlavano di droga, e anche se c’era quell’attore famoso e carino che poi e’ diventato Obiwan Kenobi, non me la sono sentita.
Curioso come ci trasformiamo tutti in Obiwan, col passare degli anni. E un po’ triste, ma non divaghiamo.
A me la droga fa piu’ paura dei ragni o dell’altezza. Mi ricordo ancora quando da ragazzina siamo andati in gita a parigi e qualche furbone del gruppo ha pensato fosse una bella idea scendere dalla torre eiffel usando le scale invece che l’ascensore come tutti. Mi sono ritrovata su quelle scale di metallo, tutte bucherellate dove si vede di sotto, e puoi pure scorgere i passanti che sono cosi’ piccini che sembrano formiche. Viene da pensarlo quando si e’ li’ che, allungando un po’ la gambetta potresti anche schiacciarli, cosi’ senza rimorso; da lassu’ sembrano quasi innocue le persone, che camminano avanti e indietro, sembrano proprio delle brave operaie al lavoro. E’ quando poi le vedi da vicino e le incontri faccia a faccia che viene vogia di scappare a gambe levate, quando ti rendi conto di quanto sono carogne.
Ritornando a welsh, io il trainspotting non l’ho mai letto e cosi’ sono andata a dargli una sbirciatina sull’anteprima di amazon. Quello in Inglese ovviamente.
Comincia cosi’:
The sweat wis lashing oafay Sick Boy; he wis trembling. Ah wis jist sitting thair, focusing oan the telly, tryin no tae notice the cunt. He wis bringing me doon. Ah tried tae keeep ma attention oan the Jean-Claude Van Damme video.

Ne ho incontrati parecchi di scozzesi e ho capito subito che era una trasposizione del parlato. Uno scrivere le parole come si pronunciano anziche’ come andrebbero scritte.
Ah, pero’, hai capito questo Welsh?
E poi ho pensato, come cavolo l’avranno tradotto in italiano? In italia ci sono solo due modi di pronunciare le parole, quello giusto e quello sbagliato e a volte e’ pure difficile sbagliare.

La versione italiana, tradotta da Giuliana Zeuli suona piu’ o meno cosi’:

Sick Boy era coperto di sudore; tremava tutto. Io me ne stavo li’ schiaffato davanti alla tele, cercando di non dargli retta, a quel coglione. Mi buttava giu’. Provai a concentrarmi sulla cassetta di Jean-Claude Van Damme.

Ancora sulla traduzione: Tryin no tae notice the cunt. He wis bringing me doon. In inglese sarebbe stato:Trying not to notice the cunt. We was bringing me down.

Due parole su cunt: significato, vagina, ma molto piu’ brutale, a volte esteso alla figura maschile come dispregiativo. E una delle parole tabu’ in inglese, molti fanno fatica ad usarla ancora oggi e si riferiscono ad essa in maniera indiretta “Ha usato la parola che inizia con la C”. E’ una delle peggiori offese, la persona ridotta ad un pezzo di carne da scopare. Tradotto in “coglione”.
Non c’e’ dubbio che l’atmosfera si e’ un po’ persa ma continuo a leggere. Sono affascinata. Per chi vuole provare a leggerlo in inglese, armatevi di santa pazienza. Non e’ un inglese facile, scritto a quel modo.

Non saprei come descriverla, ma direi che la differenza e’ quella tra un barbone che dorme da anni alla stazione e un modello a una sfilata d’Armani e la Zeuli la lingua italiana l’ha rispettata. Avra’ fatto bene? Boh.

Continuero’ a leggerlo, in inglese, nonostante le mie fobie.

A glaswegian kiss a tutti.
Geri

l’Anonima Talenti di Murray Leinster

Ok raga, oggi si va sulle letture leggere.

Vi è mai capitato di non rileggere un libro, di proposito? Io ne avevo due. Di uno non parlerò ma dell’altro sì.
Era uno dei libri dello zio Bruno, lo si andava a trovare ogni due settimane circa, e poi anche in altre occasioni, come per i morti o a pasqua. La moglie, era anche chiamata l’Anna dei morti, perché quando telefonava, di solito verso le nove e mezza o le dieci della sera era per dare notizia che qualcuno era morto. Non importava, poteva essere un cugino di terzo grado, il fratello della nipote di qualche genero, lei si faceva carico di telefonare a tutti. Ce lo fece odiare, quel telefono grigio con la rotella e quando la zia Anna morì i miei ne presero uno coi bottoni. Ma non divaghiamo, lo zio Bruno aveva scaffali di libri ma nonostante ciò non dispensava saggezza. Parlava normale, come tutti gli altri, si lamentava del lavoro e dei reumatismi che con l’età si facevano sentire. Quando diceva qualcosa però, lo si ascoltava con rispetto, di quello mi ricordo bene. Fu uno di quei pomeriggi che mi imbattei in un libro tra gli scaffali, l’unico che mi prestò, perché mi aveva affascinato il disegno sulla copertina, perché era il periodo in cui bisognava scegliere la scuola e per diventare qualcuno nella vita ci vuole talento e lavorare sodo; almeno, quello era ciò che si diceva a quei tempi. Il libro era l’Anonima Talenti di Murray Leinster.
Lo lessi in due giorni. La fantascienza da quel momento ha sempre avuto un posticino nel mio cuore, ne ho letti tanti, anche le porcherie. Bastava mettere un’astronave sulla copertina e zac, mi avevano agganciata. Mi è rimasto un vago ricordo del libro, di un tizio che sapeva tutto sulla matematica, di battaglie nello spazio con missili che curvavano da soli, il presidente Morgan e un paio d’altre cosucce.
Crescendo non l’ho più ripreso in mano anche se avrei voluto. Quando si cresce si capisce anche che le persone che ci hanno fatto diventare quello che siamo non sono perfette, insomma hanno delle pecche. Lo zio Bruno me lo sono voluto conservare come nei miei ricordi; scoprire che leggeva cazzate non mi sarebbe proprio andata giù.
Fino a qualche giorno fa.
L’ho letto, non è male anche se non è proprio un capolavoro. Non ha intaccato il ricordo di mio zio, anzi mi ha fatto conoscere un lato diverso del suo carattere.

L’ombra del sicomoro – John Grisham

Bungee jumping.
L’idea di farmi legare le caviglie con un elastico e gettarmi da un ponte proprio non mi attira. Non importa se sotto ci sono fiumi, laghetti o altre diavolerie atte a proteggerti. Così come non trovo nessun interesse nel correre a 200 all’ora in motocicletta o a fare le vacanze nello Yemen o paracadutismo. Ci avevano provato alcuni colleghi a farmi provare il rafting, buttarsi tra le rapide su un gommone che sobbalza a ogni istante e rischia di bucarsi a ogni scoglio. Insomma tutte quelle attività che alla fine ti lasciano su una sedia a rotelle, dove ti devi nutrire con una cannuccia e richiedono sempre che qualcuno ti asciughi la bava che scende da un lato della bocca.
Chissà, forse i giovani d’oggi sono cresciuti troppo nella bambagia, il pericolo non lo hanno mai visto e, per mancanza di immaginazione, non ne vedono le possibili conseguenze. Sono stata bambina anch’io ma al massimo ci si arrampicava in cima ad un albero o si andava sui pattini a rotelle e le sbucciature sulle ginocchia e sulle mani erano un semplice modo per ricordarti che non si è immortali.
Non mi fraintendete, mi piace l’avventura e un po’ di quello che gli Inglesi chiamano “thrill”, ma di solito mi piace farlo comodamente dalla mia poltrona di casa.
In aggiunta mi piace un po’ di thriller leggero, niente sparatorie o squartamenti, il che mi porta a L’Ombra del Sicomoro di John Grisham.
Siamo lontani dalle fabbriche di sudore, dove si lavora ottanta ore alla settimana, ci troviamo a Clanton, in Ford County, in una immaginaria contea del Mississippi dove le attività si muovono molto più lentamente che in città. Anche la mentalità rispecchia questa lentezza, e che Seth Hubbard, un uomo molto ricco, lasci in eredità la sua fortuna alla domestica, per di più di colore, proprio non va giù a molti. Sia ai bianchi che ai neri.
I figli di Seth ovviamente impugnano il testamento e ci sarà da battagliare in tribunale, capire le motivazioni di quel gesto inconsulto del vecchio, e la questione spesso si sposta dal diritto alla morale. Sarà poi giusto lasciare tutti quei soldi a una semplice domestica?
I personaggi sono ben delineati, Grisham riesce a farti vedere la contea, i personaggi muoversi, interagire, come se si fosse immersi in un film o se fossimo lì noi stessi. Un’avventura lenta ma pur sempre entusiasmante, di quelle da poltrona che piacciono a me.

A parte che è pure un bell’uomo, un’avventura con Grisham mi lascia sempre pienamente soddisfatta.

Aria Sottile di Jon Krakauer

A volte si perde di vista l’obiettivo, anche se è grosso come una montagna, in questo caso l’Everest. Abbiamo sognato tutti, da bambini, chi più chi meno, di fare l’astronauta, il pompiere, il chirurgo o, nel caso di Jon, scalare la vetta più alta del mondo.
Poi si cresce e si lascia perdere, almeno molti di noi, e si sceglie un lavoro normale, specie quando ci si rende conto che i pompieri sono malpagati e spesso devono pure andare in edifici in fiamme.
Poi ci sono i sognatori, quelli che anche se gli spieghi i pericoli fan spallucce e continuano per la propria strada. Jon è a metà strada, ha una passione per la montagna, un sogno mai realizzato e un lavoro come giornalista. In un mondo dove si è tutti uguali bisogna differenziarsi in qualche modo. Ma l’essere uguali, nella quotidianità, ha un significato diverso: non si intende che abbiamo o dovremmo avere gli stessi diritti. Si intende che siamo proprio tutti uguali, fatti con lo stampino e le nostre meschinerie non si differenziano molto da quelle degli altri. Siamo tutti piccini. I sognatori però hanno un posto particolare nei miei sentimenti. A parlargli sono persone come tutti gli altri e se ne incontrassi uno per strada non lo riconoscerei. Bisogna scavare un po’ più a fondo per capirlo, per comprendere che i sogni delineano la vita futura e le scelte di questi individui. A volte riescono pure in imprese incredibili, probabilmente perché nessuno ha spiegato bene loro i pericoli cui vanno incontro. O forse la madre si è soffermata un po’ troppo a spiegare i rischi nell’andare fuori casa senza la maglietta di lana dimenticando di menzionare che c’è gente che compra armi al supermercato, negli Stati Uniti.
Poi ci sono le persone vuote. E infine ci sono le persone fuori posto, quelli che capiscono che una società come la nostra non la vogliono ma per un motivo o per l’altro finiscono comunque nel rimanerne assoggettati.
L’ascesa all’Everest è quella del 1986, periodo di yuppies e di edonismo Reaganiano e forse se ci dimentichiamo del periodo in cui i fatti sono avvenuti perdiamo pure un po’ il filo di questa storia.
Il 1986 era un anno di scalate a pagamento. Nella corsa dei topi che facciamo quotidianamente c’è questo bisogno innato a sentirci migliori degli altri, e cosa può impressionare i colleghi o i vicini di casa più che dire “sono stato in cima all’Everest”?
Nel cercare di ritagliarsi uno spazio alternativo in questa società, alcuni si sono inventati il lavoro di guida estrema. Diversa da quella classica che conosciamo nelle alpi, che ti fa vedere le bellezze della natura e ti evita di finire in un crepaccio. Questi rischiano la vita e congelature per portare incompetenti in cima alla montagna più alta del mondo a volte portandoli in spalla, tirandoseli dietro come pesi morti su una vetta punteggiata di cadaveri. Quando si muore su un ottomila non si ha mica la forza di riportarlo giù, un cadavere, lo si lascia alle intemperie. E non funziona nemmeno da monito per chi segue, tanto si è fiaccati dallo sforzo e dalla mancanza perenne di ossigeno, nonostante le quintalate bombole.
Tutto questo per tornare a casa e farsi belli con gli amici.
Ci si fa prendere dalla paura per tante cose, nella vita, ma chissà perché la disumanità di veder qualcuno rischiare la propria pelle per poter campare e per dare una soddisfazione inutile a dei vanitosi passa inosservata. A me, queste persone, mettono il terrore, mi fanno più paura della guerra.
Il 1986 è stato l’anno peggiore per l’ascesa all’Everest, forse il più grave disastro montano di tutti i tempi.
Sia il pompiere che la guida non sanno chi stanno salvando in quel momento, e forse è giusto così, che non sia dato scegliere. Ma quando una casa è in fiamme si ha poca scelta, si fa quel che si può e sembra pure giusto rischiare.
Chi va sull’Everest lo fa per motivi futili e fa rischiare la pelle ad altri. Il privilegio costa 65 mila dollari.

Stephen Hawking – Dal big bang ai buchi neri.

Stephen Hawking
Dal big bang ai buchi neri.

Lo ammetto, quando vedo uno di questi libri lo compro, è più forte di me. Sono passata per Brian Cox (che è pure attraente), Penrose, Feynman e tutti gli altri. E’ un po’ come leggere i libri sugli alieni, lo sai che alla fine una spiegazione non la trovano, ma in questo caso è il viaggio che conta.
Da buon Inglese (SPOILER: luogo comune in arrivo!) tratta argomenti difficili con senso dell’umorismo, laddove possibile visto l’argomento trattato, e lo fa in termini semplici. Tanto semplici che me la sento pure di spiegare che cos’è una singolarità e l’orizzonte degli eventi.
Ecco, come si forma un buco nero? Lasciamo ad altri la spiegazione finanziaria e ci limiteremo a quella fisica. Ci sono teoreticamente due modi: il primo consiste nell’avere una grande massa a disposizione. Il popolo bue non conta, parliamo di massa fisica, materia, una stella ad esempio. Ogni oggetto ha una massa che esercita un’attrazione gravitazionale, quando la massa aumenta succede lo stesso con la forza di gravità. Una stella è in bilico costante, la tendenza al collasso è bilanciata dalle reazioni nucleari di fusione che sprigionano energia e calore e ci permettono di andare al mare d’estate. Quando queste reazioni diminuiscono, allora la forza gravitazionale prende il sopravvento e la stella si comprime. Se è grande come il nostro sole, quando finisce il combustibile, si schiaccia fino a diventare diventa allora una nana bianca. I nazisti del politically correct mi perdonino ma si chiamano proprio così: se fate riferimento a queste stelle come “stelle diversamente cresciute”, i fisici non vi capiscono. Stelle più grandi (e quindi con maggiore massa) diventano stelle di neutroni: i protoni e gli elettroni sono talmente schiacciati che diventano neutroni, per qualche motivo legato al fatto che uno è positivo e l’altro è negativo e a metterli insieme fanno un neutro. Non ci ho mai provato, ma mi fido. Per stelle ancora più grandi, quelle che superano il limite di Chandrakesar, equivalente a cinque o sei dei nostri soli, allora si forma un buco nero.
Questo non è proprio un buco, come lo intendiamo comunemente, ma è in realtà un puntino piccino piccino che pesa tantissimo e attrae tutta la materia che, per un motivo o per l’altro, si avvicina troppo e subisce l’attrazione gravitazionale del nostro. I buchi neri poi evaporano, come quando mettete su la pasta e poi andate a guardare la televisione e vi dimenticate di abbassare il fuoco, ma ci vuole molto più tempo per cui ve ne parlerò in un post successivo.
Se si butta altra materia nel buco nero, questo ingrassa, come facciamo noi quando ci abbuffiamo a Natale.
L’altro modo di fare i buchi neri non è disponibile perché teoricamente si sono formati subito dopo il big bang a causa di pigiature fortissime presenti a quel tempo. Non ci provate con la pentola a pressione, perché non funziona.

Non ci avete capito un accidente? Beh allora leggete Hawking che ve lo spiega meglio.

Ah, la tecnologia…

Che convinzioni.
Basta un computer o un telefonino e subito ci si immagina di essere nel futuro. Certo che solo a pensarci, a queste diavolerie di oggi, comparate a vent’anni fa, si rimane sbalorditi. Pensa, sei in giro in macchina, in ascensore o pure sulla spiaggia a goderti le onde e …pling… ti appare la notizia.
Il bello e’ che si e’ connessi, si puo’ leggere sul telefonino come se avessimo appena comprato il giornale in quel momento. Si possono seguire gli approfondimenti, e cercare gli argomenti.
E non solo quello, postare e twittare quello che pensiamo, cosi’, in diretta e intavolare dialoghi. Lo vediamo tutti i giorni, quando si puo’ cercare un aforisma adatto all’occasione, o una citazione, un filmato curioso. Le cose possono anche diventare virali ma soprattutto siamo connessi, e possiamo dire la nostra.
Come nel caso della morte di Mango, di Pino Daniele, piu’ recentemente, dei fatti accaduti in Francia, o sulle ultime della politica .
L’unico problema sembra essere la durata della batteria.
E invece no, perche’ tutto questo nascere di commenti e condivisioni poi muore naturalmente dopo un paio di giorni, o dopo un nuovo evento.
Gli oggetti che ci circondano sembrano venire dal futuro, sono tecnologici. Noi invece, aspettiamo che ci diano in pasto la prossima notizia, dopotutto andiamo avanti ancora a molla.